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Spettacolo teatrale su Martin Luther King

E’ un giallo. E’ un mistero. E’ un quiz. E’ un indovinello.
E’ una storia in un libro.
Quando.
3 aprile, 1968.
Dove.
Camera d’albergo, la numero 306.
Perché?
Perché sono di nuovo qui, questo potrei chiedermi.
Chiederti.
Ma non lo farò.
Non è più tempo di sprecare.
Tempo.
Non per me.
Le parole vanno fermate quando sono ancora vive.
E allora prendo il foglio, uno qualsiasi, basta che ci sia spazio sufficiente.
Per ricordare.
E allora prendo una penna, una matita, qualcosa che scriva.
Basta che ci sia colore a sufficienza.
Per riempire il vuoto.
Lasciato indietro.
Quando.
Quando tutto finirà e le luci sfumeranno ci sarà tempo per dimenticare.
Ma ora, grazie a lei, che la magia dei condizionali perfetti vada in scena.
Avrei.
Sì, avrei potuto andare a cena da Sam.
Avrei potuto gustare le pietanze di sua moglie e il suo innato gusto per l’ironia. Dono eccelso, poiché laddove esso sia donna dimostra una verità inconfutabile.
C’è una ragione per cui ironia è una parola femminile.
Avrei, avrei potuto ascoltare le critiche del marito sul mio lavoro.
Su di me.
Ne ho bisogno, ne ho bisogno come spesso di silenzio necessitano le vite moncate da tragedie da prima pagina.
Quando.
Quando sarei tornato in albergo avrei bevuto un ultimo bicchiere con Salomon.
L’inseparabile autista.
Non per banale affabilità o prevedibile cortesia.
Giammai per naturale coerenza.
E neppure per un eccesso di benevolenza.
L’uomo era simpatico e alla fine della giornata, chi rinuncerebbe facilmente a un sorriso?
Quando il giorno nuovo sarebbe arrivato.
Non avrebbe avuto nulla di speciale.
Tranne la vita.
Che sopravvive.
A se stessa.
Dallo spettacolo teatrale Quando