mercoledì 30 maggio 2018

Spettacolo di teatro sulla paura

Cos’è la paura?
Dal dizionario Garzanti: sensazione che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato: diventare pallido, bianco per la paura, tremare di paura.
Una sensazione.
Che si prova.
Ha a che fare quindi con la mente, sicuro.
Ma anche con la pancia.
Con tutto il corpo.
Con la carne.
Diventare pallido…
I battiti accelerati. Il sangue che scorre a velocità estreme. Il cuore in gola. Sudori freddi.
Bianco per la paura…
Gli occhi sgranati, impazziti nell’intensità dello sguardo come nell’incapacità di rimanere immobili.
Tremare di paura…
Le mani, le dita.
Le gambe, le ginocchia.
La ragione che oscilla non più in grado di dare un riferimento rassicurante.
Questo e ciò che proviamo.
Questo è quel che vediamo nell’altro.
Che è in preda alla paura.
Tuttavia, signore e signori, a mio modesto parere non risponde in maniera esaustiva alla domanda iniziale.
Cos’è, davvero, la paura?
Sì, perché quello che ho appena descritto è solo la sua manifestazione.
I sintomi.
Allo stesso modo, le mani sudate o un’improvvisa inappetenza potrebbero motivare una appassionata cotta.
E gli occhi lucidi e la voce rotta potrebbero implicare una profonda commozione.
In breve, l’effetto non è la causa.
Sapete, da piccolo ero un bambino moderatamente pauroso.
Avevo timore del buio e, se avessi potuto, avrei dormito spesso con la lampada accesa.
Avevo altresì il terrore delle storie cosiddette di paura.
Non so se ricordate i vecchi film in bianco e nero, quelli con Dracula e Frankenstein, o anche l’uomo lupo, che visti oggi risultano ridicoli se raffrontati al sangue che scorre a fiumi ad alta definizione nelle pellicole moderne.
Eppure, io ne avevo paura e ogni volta che per caso, cambiando canale - con la manopola, altro che telecomando - appariva una scena macabra, una mano accorreva in soccorso, coprendo il volto.
Coprendo gli occhi.
Ecco, credo che l’evoluzione del mio rapporto con la paura trovi metafora puntuale in quella mano.
Lentamente.
Prima spuntò un occhio.
Poi un altro.
E alla fine la mano fu licenziata.
Per sempre.
Una sorta di viaggio, dal riparo del cuscino, sforzandomi di cancellare l’orribile immagine, ad un profondo interesse e, aggiungo, anche passione per tutto ciò che ruoti intorno ad essa.
La paura...

Dallo spettacolo teatrale Questa è la paura

mercoledì 23 maggio 2018

Spettacolo teatrale su Martin Luther King

E’ un giallo. E’ un mistero. E’ un quiz. E’ un indovinello.
E’ una storia in un libro.
Quando.
3 aprile, 1968.
Dove.
Camera d’albergo, la numero 306.
Perché?
Perché sono di nuovo qui, questo potrei chiedermi.
Chiederti.
Ma non lo farò.
Non è più tempo di sprecare.
Tempo.
Non per me.
Le parole vanno fermate quando sono ancora vive.
E allora prendo il foglio, uno qualsiasi, basta che ci sia spazio sufficiente.
Per ricordare.
E allora prendo una penna, una matita, qualcosa che scriva.
Basta che ci sia colore a sufficienza.
Per riempire il vuoto.
Lasciato indietro.
Quando.
Quando tutto finirà e le luci sfumeranno ci sarà tempo per dimenticare.
Ma ora, grazie a lei, che la magia dei condizionali perfetti vada in scena.
Avrei.
Sì, avrei potuto andare a cena da Sam.
Avrei potuto gustare le pietanze di sua moglie e il suo innato gusto per l’ironia. Dono eccelso, poiché laddove esso sia donna dimostra una verità inconfutabile.
C’è una ragione per cui ironia è una parola femminile.
Avrei, avrei potuto ascoltare le critiche del marito sul mio lavoro.
Su di me.
Ne ho bisogno, ne ho bisogno come spesso di silenzio necessitano le vite moncate da tragedie da prima pagina.
Quando.
Quando sarei tornato in albergo avrei bevuto un ultimo bicchiere con Salomon.
L’inseparabile autista.
Non per banale affabilità o prevedibile cortesia.
Giammai per naturale coerenza.
E neppure per un eccesso di benevolenza.
L’uomo era simpatico e alla fine della giornata, chi rinuncerebbe facilmente a un sorriso?
Quando il giorno nuovo sarebbe arrivato.
Non avrebbe avuto nulla di speciale.
Tranne la vita.
Che sopravvive.
A se stessa.
Dallo spettacolo teatrale Quando

mercoledì 16 maggio 2018

Spettacolo teatrale sull'ambiente

Eva è matta.
Eva è matta, su questo non c’è dubbio.
Non può essercene alcuno, osservandola e ascoltandola da vicino, come da lontano.
Perché Eva è strana.
Una tra tutte, parla da sola.
Ovunque, in ogni occasione, chiunque le si trovi davanti.
Sua madre l’ha definita una forma di comunicazione perfettamente sincera, prendendo alla lettera per antonomasia il motto: dice ciò che pensa.
Tuttavia, si sa come fanno le mamme, no?
Sono le professioniste della metà colma del bicchiere.
Suo padre, invece, l’ha sempre chiamata la ragazza dalla mente spalancata.
Che sa un po’ di letterario, no? Difatti, il soprannome giusto per lui è il babbo che scrive.
Ovvero, scrive agli editori, cercando di trovare collocazione degna per il suo unico romanzo, frutto del lavoro di una vita.
Titolo: La ragazza dalla mente spalancata, ma non ditegli che è autobiografico, perché si offende.
Sostiene che elementi personali ci siano, ma poi la fantasia ha fatto il suo, ecco.
A chiudere il cerchio, Mattia ha mostrato fin dall’inizio nei confronti del perenne chiacchiericcio della sorella un volubile atteggiamento di natura prettamente bifronte.
Potresti abbassare la voce? Nei giorni migliori.
Che rottura di coglioni, in quelli meno.
Perché Eva è matta, e questo spiegherebbe molte cose, quasi tutto.
Quasi, quasi ce la facciamo.
Quasi ci riesco.
Ci sono quasi.
In questo quasi perfetto mondo.
Che forse, magari, quasi, quasi vedrà il millennio che verrà.
Perché quasi è il senso del racconto, questo.
Il nostro.
L’unica possibilità.
Che ci resta.

Dallo spettacolo teatrale Le sette vite di Eva

venerdì 11 maggio 2018

Racconti sulla povertà ad Haiti

Poi cala la notte, e con essa la naturale conseguenza, ovvero sua maestà il buio, sovrano volubile, il quale, ogni volta gli aggradi, ci costringe ad avvalerci del combustibile più
economico sul mercato, per farci luce.
Leggi pure come il bruciante desiderio di vedere l’altro, al termine di un altro viaggio insieme.
E sebbene al di là del recinto innalzato a protezione della vostra sicurezza, vi sentiate ogni tramonto più in pericolo, ci riempiamo il cuore di gioia innanzi a una lampadina che fa solo il suo dovere.

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giovedì 10 maggio 2018

Racconti di bambini diversi

Ho provato di tutto, con il mio compagno abbiamo tentato in ogni modo di comunicare con lui, e per quanto abbia solo sette anni, Mattia è perspicace, capisce alla grande quel che accade intorno.
Forse è dovuta a questo la particolarità dell’inciampo nella sua seppur giovane età, come se le anime più complesse facessero più rumore, qualora la vita gli faccia lo sgambetto.
Così, è iniziata la processione degli psi, come li chiama mia suocera, la quale sotto sotto non manca mai di insinuare che non ci sia nulla di grave nel nipote, puntando un tutt’altro che metaforico dito sull’educazione materna, dove quest’ultimo aggettivo chiarisce eloquentemente il bersaglio...

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mercoledì 9 maggio 2018

Sulle armi nucleari

Ciò malgrado, vi siete chiesti come mai, quando il fiato di codesti, sognanti cantori si esaurisce, noi torniamo in sella, perfino più sfrontati e rabbiosi di prima?
Non lo sapete, vero?
Ve lo diciamo noi altri.
La pace tra una guerra e l’altra sarà sempre più faticosa e logorante di una bel conflitto mondiale, rigorosamente combattuto oltre i nostri confini.
Quindi, rilassatevi pure sulle vostre poltroncine sintetiche e lasciatevi drogare dalla nostre fantasmagoriche app.
Armi nucleari?
Noi sappiamo cosa sono, non voi...

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venerdì 4 maggio 2018

Le polpette turche di Ikea

Ma io insisto: e allora?
Il mio cappotto è spagnolo.
E il prete che ascolto a messa è peruviano, cosa c’è di strano?
La birra che ha comprato mia moglie per la partita di domenica è belga.
E le mie mutande sono francesi, ho capito, lo ammetto!
Dove vuoi arrivare, con questo?!
L’uomo si sforza strenuamente di rimanere tutto d’un pezzo, ovvero orgoglioso e testardo come un dito che sostenga di possedere una stella, soltanto per averla puntata in una notte d'agosto.

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giovedì 3 maggio 2018

Storia sulla bellezza tra ragazze

“No, ti prego, Caterina, non ricominciare a piangere, tieni un altro fazzoletto…”
La ragazza arresta appena in tempo la nuova emorragia di adolescenziale sofferenza e dopo un’altra poderosa soffiata, riporta lo sguardo sullo specchio.
“Lo sai che sono arrivata a pensare?”
“Cosa, cara?”
“Di andare da quei dottori lì, quelli che ti rompono il naso e ti spostano gli occhi a casaccio. Una mia amica mi ha detto che hanno aperto fuori città un posto, la clinica Picasso, credo si chiami…”
“Ma sei impazzita, Caterina?”
“Sì, scusa, mamma, è una follia, lo so…”
“Lo sai qual è la vera follia?”
“Quale?”

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mercoledì 2 maggio 2018

Storie di animali che attaccano turisti

Ci avete spinto a diffidare delle altre specie, non solo la vostra.
E ci avete indotto a dimenticare che un tempo ce n’erano molte di più.
Ci avete fatto adattare anche al male, non solo alla natura in sé.
E ci avete convinto che non vi sia differenza tra i due.
Ci avete fatto considerare l’acqua non più come un dono, bensì come un bene da difendere.
E non mancherà molto che faremo lo stesso anche con l’aria.
La terra e tutto quel che condividiamo.
Per non esser più come noi.
Ciò malgrado, per sfortuna o buona sorte, esiste una soglia di rottura per tutti.

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